Antichità

L’interesse per le antichità classiche contraddistinse i membri della casata estense con particolare evidenza documentaria dalla metà del ‘400 a tutto il Settecento.

Gli interessi "archeologici" nella fase di formazione delle raccolte, come accadde anche in altre corti del Rinascimento italiano, privilegiarono i documenti epigrafici, gli esemplari numismatici e la glittica (gemme incise e cammei). L’iniziatore di questi interessi antichistici fu il marchese Leonello d’Este in sintonia con gli studi umanistici ai quali era stato avviato dal Guarino. Nel corso del Cinquecento le passioni antiquarie del Casato estense si erano estese alla scultura. Vennero acquistate, principalmente del mercato romano, statue, teste, rilievi, fronti decorati di sarcofagi, oltre alle immancabili serie dei busti che raffiguravano gli uomini illustri e i Dodici Cesari, assieme ad altri significativi ritratti di membri delle famiglie imperiali.

Le passioni antiquarie di Alfonso I e di Alfonso II, come quelle dei cardinali Ippolito I ed Ippolito II, produssero importanti raccolte archeologiche, numismatiche e glittiche, di cui resta memoria nelle attuali collezioni della Galleria Estense.

Tra le opere scultoree di sicura provenienza dalle raccolte del cardinale Ippolito II, che figurano nell’inventario del 1584 come proprietà del duca Alfonso II, emerge per importanza storica e qualità artistica il celebre Spinario. L’esemplare estense rappresenta una delle migliori repliche del giovanetto seduto su di una roccia, intento ad estrarre una spina dal piede, scena di genere cara al mondo greco del tardo ellenismo e riprodotta in più versioni giunte fino a noi attraverso copie di età romana.

E ancora alle collezioni appartenute al cardinale Rodolfo Pio da Carpi, in parte acquisite alla sua morte dal duca Alfonso II d’Este per l’Antichario allestito dallo stesso duca con una particolare predilezione per le opere a soggetto dionisiaco, oltre che per i temi legati ad Ercole, rimando onomastico ai membri della Casata, e per quelli amorosi che vedono protagonista Venere e il suo corteggio di amorini. Negli inventari del Seicento e del Settecento emerge ancora la passione per gemme e cammei, spesso utilizzati come doni di nozze o per scambio.

L’insediamento del ramo austro-estense a Modena nel 1814, dopo la disfatta napoleonica fece rivivere nelle raccolte di corte la passione per le antichità.

Le collezioni originarie, oltre al ricco medagliere che il duca Francesco IV d’Austria d’Este insieme al fratello Massimiliano avevano portato da Vienna, furono arricchite dall’acquisizione ereditaria delle raccolte archeologiche appartenute al Museo ordinato dal marchese Tommaso Obizzi nella sua villa del Catajo, ora Battaglia Terme, sulle colline intorno a Padova.

Diverse espressioni collezionistiche, dalla glittica ai reperti egizi, alle attestazioni dell’artigianato greco, etrusco-italico e romano – rappresentato da bronzetti e ceramiche – sono tuttora testimoni nella Galleria e nel Medagliere Estense di quell’importante momento culturale di imperante neoclassicismo.

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