Ritorna a Modena dopo più di duecento anni la pala dei Battuti di Pellegrino Munari

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Ritorna a Modena dopo più di duecento anni la pala dei Battuti di Pellegrino Munari

 

In occasione della riapertura dopo la forzata chiusura nei mesi della pandemia, la Galleria Estense espone al pubblico un’importante testimonianza della storia artistica e culturale di Modena: la pala d’altare raffigurante la Madonna col Bambino in trono e i santi Geminiano e Girolamo eseguita da Pellegrino Aretusi detto Munari per l’oratorio di Santa Maria della Neve.

Tommasino de’ Lancellotti nella sua Cronaca racconta come la grande ancona (olio su tavola, cm 230 x 146), commissionata dalla confraternita dei Battuti, fosse stata ultimata nella sua parte lignea da Bartolomeo Bonascia già nel 1497 e fosse fino allora rimasta incompiuta. Trasportata a spese di confratelli nella bottega di Pellegrino il 26 aprile 1507, la tavola fu da questi ultimata nel corso di due anni e solennemente collocata sull’altare dell’oratorio il 4 agosto del 1509, alla vigilia della festa della Madonna della Neve.

Quando nel 1783 la compagnia dei Battuti venne soppressa, l’ancona rimase nella chiesa di San Giovanni del Cantone, dove era stata trasferita otto anni prima. In epoca napoleonica la tavola fu trattenuta presso la direzione del demanio del Dipartimento del Panaro poiché le sue dimensioni e le cattive condizioni di conservazione ne avevano impedito “l’involto” e la spedizione a Milano assieme alle altre opere requisite a Modena. Il dipinto è documentato per l’ultima volta in città il 9 febbraio 1811 in un elenco di quadri da inviare alle Reali Gallerie, dove però non sembra essere mai giunto.

Per trent’anni se ne persero le tracce, finché nel 1840 il Comune di Ferrara non acquistò la pala – a quanto pare proveniente da Verona – dall’antiquario veneziano Antonio Zen per esporla come opera di Lorenzo Costa nella locale Pinacoteca. Fu poi Adolfo Venturi in uno dei suoi scritti giovanili sulla storia artistica modenese pubblicato nel 1886 a identificare, fonti storiche alla mano, il dipinto, riconoscendo san Geminiano nel santo vescovo che regge il modellino di una città turrita: “E’ proprio lui il protettore di Modena, è proprio la nostra torre quella che si eleva bianca sulle case, con le sue balaustre a ghirlanda!”.

Da tempo relegata nei depositi della Pinacoteca Nazionale di Palazzo dei Diamanti per mancanza di spazio espositivo, l’importante pala è dunque tornata visibile al pubblico nella città per la quale fu eseguita. Il dipinto, unica opera certamente attribuibile a Pellegrino prima della sua partenza per Roma e della sua radicale mutazione di stile, trova ora la sua collocazione ideale nella sala della Galleria Estense, in cui sono esposti altri due dipinti d’altare – la Pala Rangoni e quella di Marco Meloni – che documentano il passaggio della pittura modenese, fra gli ultimissimi anni del Quattrocento e i primi del secolo successivo, dallo stile aspro dei maestri ferraresi attivi a Bologna (Francesco del Cossa e Ercole de’ Roberti) alla maniera dolce del Perugino e dei suoi seguaci in Emilia (Lorenzo Costa e Francesco Francia). La difficoltà della transizione risulta evidente anche nel dipinto di Munari, dove le figure dei due santi e l’alto trono dalla complicata decorazione con bassorilievi a monocromo conservano ancora memoria di Ercole de’ Roberti e Francesco Bianchi Ferrari, mentre il gruppo della Madonna col Bambino affiancato da angeli musicanti è un innesto tratto dalle opere di Francesco Francia.

Giorgio Vasari, che dedicò a Pellegrino da Modena una delle sue Vite (1550), ricorda come Munari avrebbe di lì a poco decisamente imboccato la via della “maniera moderna” lasciando la città natale per unirsi alla scuola di Raffaello a Roma, assieme alla quale avrebbe partecipato alla decorazione delle Logge Vaticane nel 1518-19. Morto il maestro nel 1520 Pellegrino sarebbe rientrato a Modena per terminarvi prematuramente la propria vita tre anni dopo, ucciso per vendetta in un agguato notturno dai parenti di un ragazzo assassinato dal figlio Marco.

Grazie a questo nuovo arrivo, la Galleria Estense può dunque ora esporre due caposaldi per la ricostruzione della carriera artistica dello sfortunato pittore modenese: la relativamente giovanile Pala dei Battuti (1507-09) e la Natività proveniente dalla chiesa del convento di San Paolo, fra le ultime opere eseguite da Munari dopo il rientro a Modena e poco prima della morte (1520-23). I due dipinti d’altare sono fra le poche opere certamente attribuibili a Pellegrino, tanto più preziose in quanto non è semplice distinguere la sua mano da quella degli altri collaboratori negli affreschi della scuola di Raffaello, mentre poco rimane delle opere realizzate autonomamente da Munari a Roma e sono andati perduti i dipinti citati dalle fonti eseguiti dopo il ritorno in patria dell’artista, la cui morte, sostiene Vasari, “Dolse molto a’ Modonesi [per] questo caso sì strano dello aver tolto la vita a chi lor dava vita, nome e gloria con l’opre sue”.

 

Marcello Toffanello

 

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Pellegrino Munari, Madonna col bambino in trono e i santi Geminiano e Gerolamo

1507-09, olio su tavola

Modena, Galleria Estense

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